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Bigeye
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6269 Messaggi
Flora e Fauna

Inserito il - 01 aprile 2008 : 19:57:37 Mostra Profilo  Apri la Finestra di Tassonomia

Note biografiche:


Giovanni Boano, nato a Carmagnola (TO) nel 1952, si è laureato in Scienze Naturali presso l'Università di Torino con una tesi sulle garzaie del Piemonte. Dapprima Insegnante di Matematica e Scienze Naturali è stato per poco tempo direttore di una Riserva naturale della Regione Piemonte, poi lavorato come consulente faunistico professionista per Parchi naturali, Amministrazioni Provinciali e Regionali e quindi come ricercatore dell'Istituto Piante da legno e Ambiente di Torino. Dal 1995 è Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Carmagnola (TO), museo di cui si era già occupato a titolo onorario fin dalla fondazione nei primi anni '70.
E' socio fondatore del Gruppo Piemontese Studi Ornitologici di cui è attuale Presidente.e dell'Associazione Naturalistica Piemontese.
Ha al suo attivo oltre 100 pubblicazioni a carattere scientifico che spaziano su vari aspetti dell'ornitologia (faunistica, biologia, ecologia, migrazione), effettuando anche "scappatelle" nei campi dell'erpetologia e dell'entomologia. L'Atlante degli Uccelli nidificanti in Piemonte e Valle d'Aosta, di cui è coautore con Toni Mingozzi e Claudio Pulcher, è stato fra i primi Atlanti faunistici italiani, mentre una delle specie ha cui ha dedicato maggiori attenzioni è il Rondone pallido. Pur restando attento allo sviluppo di nuove metodologie di ricerca ed alle possibilità di analisi offerte dall'informatica, non ha mai dimenticato l'importanza dei metodi di studio zoologico tradizionali, quali una prolungata raccolta di dati sul campo, l'analisi scrupolosa della bibliografia e l'utilità delle collezioni biologiche.


Giovanni Boano
L''0kkione intervista Giovanni Boano
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1)Caro Giovanni, mi interesserebbe conoscere il tuo parere sullo stato dell’arte dell’ornitologia italiana all’inizio del terzo millennio. Gli ornitologi italiani sono in fase di crescita (sul piano delle conoscenze), in fase inflattiva (sul piano numerico) o alla perenne ricerca di identità?


Direi che non vi sia dubbio sul fatto che ci sia stato un fortissimo incremento di conoscenze relativamente all’ornitologia italiana. La sensazione di stasi che forse si percepisce è probabilmente dovuta al fatto (inevitabile) che il “tasso” di crescita sia rallentato, mentre c’è molta vivacità in discipline come l’erpetologia e la teriologia che hanno visto una forte crescita in anni più recenti rispetto all’ornitologia.
Sicuramente vi è ora una più grande differenziazione fra ornitologi. Si va da ricercatori (in genere afferenti alle università) che producono ricerche di alto livello e molto specializzate, in cui gli uccelli non sono che un “modello” per studiare problemi di ordine più generale, fino a quella numerosissima schiera di praticanti che oscillano fra l’osservazione per semplice diletto e la raccolta dati accurata e ben indirizzata a contribuire ad inchieste a largo raggio. In questo senso l’ornitologo “tuttofare”, com’è forse ancora il sottoscritto, è forse un po’ fuori moda, anche se ho la sensazione che questa tipologia, un po’ come la figura del classico “medico di famiglia” sia tuttora utile, se non altro come “ponte” di collegamento fra i vari specialisti.
In quanto al “sovraffollamento” devo ammettere di patirlo abbastanza. Di sicuro non potrei immaginare di fare l’ornitologo come lo concepisco io per esempio in Gran Bretagna. Sono un tipo sociale, ma quando sono in campagna ho serie difficoltà a sopportare paesaggi affollati, anche di gente con il binocolo! Non solo, appena vedo che qualche mio filone di ricerca comincia ad essere piuttosto frequentato, tendo rapidamente a “spostarmi” verso nuovi orizzonti, senza perder tempo a “difendere il territorio”!
Infine, non credo si possa parlare di una identità vera e propria collettiva degli ornitologi italiani, anzi, secondo me, è sia un fatto inevitabile che del tutto positivo che si vada verso un sempre maggiore differenziamento.



2)Appassionati, birders, professionisti, pubblicazioni elettroniche in serie, accademia, mailing list e siti web. A tuo avviso la sinergia tra questi soggetti e media è sufficientemente sviluppata o potrebbe essere maggiormente dinamica e fruttuosa?


Sicuramente questi diversi sviluppi hanno dato origine a nuove sinergie, inevitabilmente non sempre sfruttate a fondo. Certamente non è così facile farlo e probabilmente c’è anche un po’ di rivalità fra i vari gruppi. Paradossalmente è forse più difficile organizzare oggi la raccolta dati per un atlante ornitologico nazionale/regionale o locale rispetto al passato. Penso che ciò d’altra parte sia abbastanza fisiologico, specialmente in un paese ad alta “biodiversità” come il nostro. D’altra parte, come direttore di un museo naturalistico frequentato da molti naturalisti “non ornitologi”, posso garantire che il livello di cooperazione fra ornitologi e la loro attenzione ai nuovi strumenti è sicuramente maggiore rispetto a quanto avviene in molte altre discipline.



3)In questo momento Giovanni quali sono le ricerche in cui sei impegnato e i progetti in fase di realizzazione a cui dedichi le tue energie e competenze?


Purtroppo ultimamente il mio lavoro di direttore di museo (seppure di piccola entità) si è fatto molto più burocratico e sono spesso coinvolto anche a livello professionale in questioni che mi interessano solo marginalmente. Come ormai spesso ribadisco, forse io stesso sono diventato meno efficiente e quindi ho la sensazione di non riuscire più a condurre tutte le ricerche sul campo e a tavolino che mi passano per la testa.
Ad esempio il mio coinvolgimento nella pratica dell’inanellamento, che per un bel periodo è stato uno dei miei impegni di campo più costanti, si è ridotto in modo drastico, anche se resto un avido utilizzatore di dati di questo tipo (qualcuno penserà che il mio comportamento in questo settore sia diventato più simile a quello degli skuas).
Da sempre comunque uno degli argomenti che più mi appassiona è cogliere, cartografare, misurare i cambiamenti di areale e di abbondanza delle popolazioni (non a caso ho cercato di impratichirmi nell’utilizzo di softwares per la stima di parametri di sopravvivenza ed abbondanza delle popolazioni come MARK e DISTANCE).
Mi piace poi mettermi alla prova con cose “nuove”, in cui mi sento fondamentalmente ignorante, (forse per ringiovanire!) e forse anche per questo ho cominciato a dedicare un po’ di tempo all’avifauna neotropicale...ma anche alle libellule!



4)La crisi in cui versa l’I.N.F.S. che fatica a trovare una corretta soluzione, a tuo avviso rappresenta il sintomo di un paese a bassa “caratterizzazione naturalistica” o può in parte riflettere le difficoltà di indirizzo dell’Ente e del suo funzionamento recente? La mia opinione è che quali siano le cause, la presenza di un ente centrale con funzioni di indirizzo e coordinamento è assolutamente indispensabile. Forse un’articolazione policentrica e con maggiore apertura all’esterno sarebbe utile, ma servirebbero risorse che in questa fase sembra manchino anche per gli aspetti gestionali ordinari. Dobbiamo tuttavia continuare ad avere un approccio positivo e fattivo. Ma io devo solo fare le domande, pardon.


Ho sempre ritenuto che l’INFS abbia svolto un ruolo positivo per l’ornitologia italiana e per la gestione faunistica in genere (di cui spesso mi sono occupato a livello professionale). La richiesta di una maggior attenzione ai problemi locali e di maggiori possibilità di interazione è diffusa...ma capisco che con carenze di personale e altri problemi anche i colleghi dell’INFS facciano quel che possono!



5)Vecchia e nuova Sistematica. Splitting continui di specie e gruppi mi pare possano creare una certa confusione anche tra gli addetti ai lavori. Data per buona la tesi che una sistematica moderna non può prescindere da analisi del DNA e da comparazioni di distanze genetiche per separare gruppi (senza però dimenticare gli elementi classici quali oologia, morfometria, comportamento ecc.), non sarebbe opportuno proporre una sorta di moratoria (mettiamo 10 -15 anni) per sedimentare metodi e conoscenze più ampie e verificate e poi costruire il “Sistema nuovo”?


L’attuale vivacità della sistematica ornitologica è un argomento particolarmente stimolante per un ornitologo che lavora in un Museo. Io sono molto felice di questa situazione e questo, in parallelo con la “mania” dell’identificazione sempre più precisa in natura, dovuta allo sviluppo del bird-watching,, mi ha confermato ulteriormente nelle mie convenzioni circa l’utilità delle collezioni ornitologiche conservate nei musei. Vorrei anzi che i musei italiani fossero nell’insieme più attenti a cogliere queste opportunità per dimostrare la loro utilità a ricercatori e birdwatchers. In questo senso, chi mi conosce sa che mi do molto da fare e sono estremamente orgoglioso quando vedo citati campioni del museo che dirigo in lavori sistematici di rilevanza internazionale.
Per contro, in questa situazione è necessario che si impari a considerare le conclusioni sistematiche e nomenclatoriali di ogni nuovo lavoro che esce, come un’ipotesi scientifica, e non correre a perdifiato aggiornando continuamente check-list nazionali e regionali. Quindi: benissimo alla vivacità delle ricerche sistematiche e alle nuove proposte e estrema calma nell’accettarne le conclusioni.
Spesso questo accodarsi all’ultima “novità” avviene solo per un errato senso dell’essere “all’ultima moda”, senza rendersi conto che spesso sono solo corsi e ricorsi storici. I “nuovissimi” generi in cui sono stati splittati i Parus (Cyanistes, Poecile, Lophophanes...) sono esattamente quelli che usava il Giglioli alla fine dell’800! In casi come quello citato non vedrei male anche l’utilizzo di sottogeneri, che sembrano quasi dimenticati in ornitologia mentre sono ampiamente utilizzati in altri gruppi sistematici. Così facendo il genere potrebbe essere tranquillamente utilizzato in elenchi faunistici, censimenti, lavori ecologici ecc.. mentre nel caso si affrontassero più specificamente problemi sistematici o biogeografici, specialmente a scala paleartica o mondiale, si potrebbero tranquillamente e proficuamente utilizzare i sottogeneri, così come si è fatto in passato con specie e sottospecie.



6)Anche se gli studi faunistici in Italia sono tuttora prevalenti e la cerchia degli ornitologi “attrezzati” si è allargata non si riesce ad organizzare una task force coordinata a livello nazionale ed articolata su dimensione regionale in grado di monitorare se non tutta l’avifauna italiana (impresa non impossibile) almeno la maggior parte dei taxa ornitici. Io ritengo che ci sarebbero capacità, voglia e motivazione. Come al solito mancano i soldi (verissimo e grave) o siamo anche un pò troppo cani sciolti e pigri?


Direi che essenzialmente quello che manca è la voglia di collaborare su progetti a lungo periodo in maniera puramente volontaria. Se si potesse disporre di un adeguato finanziamento probabilmente non vi sarebbero soverchi problemi. Di sicuro è diminuita la voglia/possibilità di collaborare a solo titolo volontario. Inoltre è possibile che in passato noi abbiamo già risposto a molte curiosità di base e l’interesse per ulteriori dettagli e approfondimenti non è così forte da coinvolgere molte persone in uno sforzo comune e protratto nel tempo.



7)Gli ornitologi italiani sono stati considerati per troppo tempo dei “paria”, quasi delle schiappe col binocolo a forma di mandolino. Tuttavia mi sembra che la situazione recente sia radicalmente e profondamente cambiata negli ultimi anni. Cosa ne pensi Giovanni?


Non sono convinto che sia proprio così: non bisogna dimenticare che nell’ottocento, quando gli ornitologi italiani erano pochissimi, c’erano persone del calibro di Tommaso Salvadori a cui vennero affidati ben tre volumi dei famosi Cataloghi degli Uccelli del British Museum (27 tomi redatti da 11 autori). Come non ricordare il versetto scritto a fine opera da P.L.Sclater che riguarda questo grande ornitologo italiano:“Clarus ab Italia jam Salvadori adstat”. Insomma, non buttiamoci troppo giù, forse uno dei principali motivi del nostro provincialismo è lo scarso uso della lingua inglese, io per esempio, francofono per motivi biogeografici e per studi, ne ho patito molto.



8)I Cambiamenti climatici, il global warming stanno mutando il panorama faunistico italiano. Per l’ornitologia, si sono osservati locali incrementi di popolazioni nidificanti in ambiente xerico e svernamenti di specie che normalmente avevano aree invernali in Africa. Sembrerebbe, senza entrare troppo nel dettaglio, e dato per certo che nessuno voglia andare a cercare Corrioni biondi sulle dolomiti di Belluno, che sul breve e medio periodo il riscaldamento possa essere valutato come fattore ecologico positivo per un numero elevato di specie. Cosa ne pensi Giovanni?


“Purtroppo” posso basarmi su quasi quarant’anni di esperienza per rispondere a questa domanda. Devo anche premettere che per carattere sono relativamente ottimista e inoltre ho una forte repulsione per quella che definisco la “sindrome del paradiso terrestre”, cioè l’eterno piagnisteo “che una volta era sempre meglio di adesso”.
Detto questo direi che nelle aree da me frequentate maggiormente (il Piemonte con maggior enfasi sui territori pianeggianti e collinari), in questo ormai lungo periodo non ho notato incrementi di specie xerotermiche a detrimento di altre di ambienti più freschi. Piuttosto direi che ho notato un generico aumento di non-Passeriformi (Ardeidi, Rapaci diurni, Columbidi) contro una sensibile diminuzione di molti Passeriformi degli ambienti coltivati (es.: Alaudidi, Motacillidi, Emberizidi). Spesso, con varie serie di dati che avevo a disposizione ho cercato di fare (per quanto possibile e con dati non sempre sufficientemente robusti) dei bilanci dei guadagni e delle perdite, ottenendo quasi sempre un sostanziale “pareggio”. Di sicuro vari altri gruppi animali stanno molto peggio...basti pensare agli anfibi, ad esempio, messi a dura prova dalle carenze idriche degli ultimi anni.



9) Ricerca di base e protezione. Mi interesserebbe una tua opinione sul tema in generale. In particolare, l’apporto degli ornitologi alla creazione dei S.I.C. (Siti Importanza Comunitaria) è stato rilevantissimo, tuttavia questo strumento di gestione stenta a decollare, anche se qualche apprezzabile risultato lo abbiamo ottenuto. L’interfaccia ricerca vs. burocrazia è sempre così “terribilmente” insormontabile?


Di norma passa sempre molto tempo tra le acquisizioni teorico-scientifiche e la messa in pratica degli interventi gestionali che da esse conseguono. Nel corso della mia carriera ho visto spesso naufragare anche i migliori propositi quando ci si è dovuti confrontare con la pratica gestionale quotidiana. Ciononostante ci sono anche molti esempi positivi...
Il problema maggiore a mio modo di vedere è che mentre riusciamo ormai in molti casi a fare qualcosa di positivo per la conservazione di siti importanti, siamo del tutto (o quasi) inefficienti per quanto riguarda la conservazione delle specie diffuse.



10) Per finire Giovanni e per dare uno spunto agli appassionati e agli ornitologi più giovani, quali sono a tuo parere le linee di ricerca maggiormente trascurate in Italia, quali quelle più urgenti e che a tuo avviso non meritano ulteriore dilazione?


Domanda particolarmente difficile perchè richiede capacità predittive non comuni. Certamente da un punto di vista pratico, soprattutto ai fini della conservazione della nostra avifauna, ci servirebbe conoscere meglio l’evoluzione numerica delle popolazioni e le forze che incidono sui parametri di popolazione (natalità e mortalità in primo luogo). Per esemplificare mi piacerebbe che un libro come quello di Newton (Population limitation in birds) potesse essere scritto usando come esempi moltissime ricerche svolte in Italia.
Da un punto di vista più teorico sarebbe veramente interessante escogitare qualche metodo per comprendere meglio i fenomeni di dispersione dei giovani, che spesso sfuggono completamente alle indagini svolte, anche con individui marcati, a livello locale.
Infine mi piacerebbe si sviluppassero ulteriormente gli studi tassonomici sulle popolazioni italiane di specie politipiche.



11) Ringraziandoti di cuore a mio nome e di tutta Natura Mediterraneo, vuoi aggiungere qualche valutazione finale a margine?


Potrei dire che vorrei che non ci si dimenticasse che (1) gli uccelli sono animali e (2) come ornitologi dovremmo essere degli zoologi e (3) che di certo non siamo i primi ad occuparsi di zoologia.
Con questo voglio dire di non fermarsi all'aspetto esteriore degli uccelli, trattandoli solo come bellissime immagini da identificare e basta, ma ricordarsi che sono animali in carne ed ossa... e intendo proprio quel che dico! Troppe volte mi è capitato che sedicenti "ornitologi" scambiassero il cinto pelvico per un cranio!
Ricordiamoci poi che gl uccelli sono bellissimi ed interessanti, ma non sono nè indipendenti dagli altri (e dall'ambiente), nè gli unici animali importanti, e questo è da tener ben presente quando si progettano aree protette o strategie di conservazione.
Per finire ribadisco che ritengo assolutamente necessario, prima di pubblicare alcunchè, ricordarsi di consultare con cura la bibliografia pertinente (è un compito sempre più pesante, lo so). Troppo spesso sembra più facile dimenticarsene o far finta di nulla e segnalare le proprie osservazioni come se fossero assolute novità o quasi, quando invece a leggere bene, quasi sempre confermano fatti già ben noti e da tempo pubblicati.


Angelo okkione Meschini





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