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 Forum Geologia e Paleontologia - Natura Mediterraneo
 PALEONTOLOGIA DEL MEDITERRANEO
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Earth whales
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Inserito il - 28 agosto 2007 : 22:46:41 Mostra Profilo  Apri la Finestra di Tassonomia

Il delfino fra i calanchi





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Il mare, un'immensa e sconfinata massa d'acqua.
Il tempo, milioni di anni.
Il destino, la predeterminazione fatale dell'accadere, il succedersi degli eventi al di sopra dell'umana capacità di volere e potere... quanto si potrebbe parlare di tutte queste cose.
Dalle imponenti montagne, all'infinitamente piccolo, sin dall'alba dei tempi, tutto possiede storia e destino.
Ogni cosa o essere vivente segue il suo percorso inesorabile, il tempo scorre inarrestabile, gli organismi vivono, muoiono, si perdono, ma talvolta, le circostanze fanno sì che destini lontani s'intreccino anche dopo 48.000 secoli.
In ogni modo, niente avviene mai per caso!


Una domenica mattina, Marco Zanaga ed io, come avevamo fatto molte volte in passato, decidemmo di fare un giro tra le colline senesi. La nostra meta erano alcuni calanchi argillosi pliocenici di origine marina. Il motivo principale della nostra uscita si basava sulla ricerca di alcuni resti fossili, in particolare, dei denti di squali vissuti in quel lontano mare preistorico. Durante il Pliocene, infatti, nel momento di massima espansione del Mediterraneo, molte zone della provincia di Siena erano invase dalle acque. In quel periodo, in Toscana, geograficamente ben diversa dall'attuale, le terre emerse erano probabilmente costituite da una moltitudine di isolotti; questa morfologia, associata a un clima tropicale, aveva favorito una notevole biodiversità marina animale e vegetale. Sono trascorsi oltre 4,8 milioni di anni e oggi il paesaggio è notevolmente cambiato: una minima parte di ciò che visse in quelle masse d'acqua, adesso è visibile a tutti nei campi coltivati e negli affioramenti con scarsa vegetazione. Girando per le campagne, dove una volta c’era il mare, non è raro imbattersi in resti di pesci, conchiglie e con una buona dose di fortuna è possibile scoprire qualcosa di più importante. Organizzammo l'uscita durante la settimana e quella mattina, molto presto, partimmo armati della solita voglia di scoprire cose nuove. Dopo quasi due ore arrivammo sul posto: erano le prime luci dell'alba. Scendemmo di macchina e dissi a Marco: "Oggi mi accontenterei di trovare un bel dente di Isurus oxyrinchus" uno squalo dai denti robusti e molto appuntiti. Non trascorse neppure mezz'ora che ciò che avevo sperato si materializzò davanti ai miei occhi: era esattamente come lo avevo immaginato! Un bel dente, veramente bello e ben conservato.

Chiamai Marco per avvisarlo del ritrovamento. Passato il momento di contenuta euforia, continuai a cercare. Per meglio comprendere quello che sarebbe accaduto da lì a poco, dobbiamo fare un salto indietro di un anno. L'anno prima, infatti, ci trovavamo nel medesimo sito, una piccola spianata argillosa. Giunto nella parte bassa dell'affioramento, notai un disco intervertebrale e un dente di un cetaceo: probabilmente una Stenella. Raccolsi i due reperti e setacciai attentamente tutto il perimetro, ma non trovai altro! In quella occasione cercai di capire come fosse possibile trovare due parti, probabilmente di unico animale, anatomicamente distanti, senza trovare altre tracce. Per un anno, dopo ogni pioggia, sono tornato in quel punto senza trovare nessuna traccia che mi conducesse al resto dello scheletro. In ogni modo, ci ho sempre creduto e ho coltivato la speranza sino alle otto e trenta di quella mattina circa un anno dopo la scoperta iniziale. Giunto nuovamente sull'affioramento detti una rapida occhiata, mi fermai e senza calpestare il terreno, chiamai subito Marco, il quale dopo pochi istanti saltò fuori da un cespuglio chiedendomi cosa avessi trovato."Indovina!" risposi io. In un primo momento, l'immagine che ci si prospettò davanti non fu del tutto chiara: dal sito, infatti, affioravano vertebre, dischi intervertebrali, frammenti di coste e circa sessanta denti sciolti di quello che sembrava essere un delfino!


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Non credevamo ai nostri occhi e non sapevamo spiegarci il perché ci fosse una concentrazione così elevata di denti. Non smettevamo di guardarci in faccia per la contentezza e l'incredulità poi ci rendemmo conto che era giunto il momento di metterci seriamente a lavoro. Prima di tutto dovevamo capire come erano disposte le ossa, da dove provenivano e perché c'erano così tanti denti senza la presenza del cranio. Scattammo le prime foto. L'affioramento era molto piccolo, pertanto fu facile osservare ogni centimetro di sedimento. Partendo dal basso, raccogliemmo e catalogammo ogni minimo frammento. Giunti in prossimità della massima concentrazione di denti, notai un piccolo frammento osseo di color marrone-rossastro che affiorava minimamente dal sedimento: aveva le caratteristiche di una piccola punta, era fratturata in quattro parti e la sua inclinazione affondava nell'argilla. Finimmo di raccogliere tutte le parti esposte e ci dedicammo a scoprire la parte misteriosa.

Fortunatamente avevamo con noi del consolidante, due coltellini, un cacciavite a stella, un piccone e tutta la giornata a disposizione. Iniziammo a scoprire e consolidare quelle parti terribilmente fratturate: centimetro dopo centimetro, il nostro oggetto misterioso stava iniziando a prendere forma. Presto fu tutto chiaro, ciò che stava lentamente tornando alla luce, era con certezza il cranio di un cetaceo anche se, al momento, non v'era traccia delle mandibole. Il tempo scorreva inesorabile e gli attrezzi a nostra disposizione non permettevano che l'operazione di recupero procedesse speditamente. Scoprimmo completamente la parte superiore del cranio facendo subentrare il problema più grande: era domenica, i negozi erano chiusi e dovevamo trovare molte cose. Lasciai Marco sul posto, presi la macchina e scesi in paese alla ricerca dell'occorrente. Erano circa le 13, non c'era anima viva. Dopo qualche minuto mi accorsi che non avrei trovato nessun negozio aperto, allora mi feci coraggio e provai a cercare il necessario nei casolari nella zona. Moltissimi tentativi andarono a vuoto, finché non giunsi nel piazzale di una casa; dopo aver spiegato cosa mi era successo e di cosa avevo bisogno, una signora molto gentile mi dette un lenzuolo di cotone a fiori, dell'acqua, un secchio vuoto e alcuni vecchi giornali. Prima di andare via mi disse che avrei trovato il gesso presso una fattoria poco distante: mi diressi sul posto, ma non trovai niente. Sconsolato, tornando verso l'affioramento, dove mi stava aspettando Marco, notai una casa in costruzione: "cosa non si farebbe per la scienza!" dissi tra di me, sperando che il padrone della casa avesse compreso la vitale importanza che quei due chili di gesso avevano assunto in quel preciso momento. Anche se non rientra nel mio stile, mosso da circostanze di forza maggiore, presi il gesso necessario e tornai da Marco. Sopraggiunto sul posto, mi accorsi che le sue mani erano martoriate dalle vesciche: aveva scavato ininterrottamente con il cacciavite e tutti i suoi sforzi avevano portato alla scoperta di una buona parte del cranio. Eravamo, tuttavia, lontani dalla fase che ci avrebbe portato al distacco, il lavoro sarebbe stato ancora molto lungo. Lasciai riposare Marco e iniziai a scavare io. Dopo circa quaranta minuti, avevamo isolato perfettamente il cranio, il pezzo era pronto per essere ingessato. Erano Quasi le 15 e dopo una giornata di duro lavoro, stavamo entrando nell'ultima delicata fase: prima di tutto tagliammo il lenzuolo in tante piccole strisce di un metro per 10 cm circa, bagnammo vecchi giornali e li adagiammo sul reperto (la carta bagnata aderì perfettamente al reperto, questo garantì una superficie di separazione fra le successive bende gessate e le ossa). Preparammo il gesso, non troppo denso, e ci immergemmo le bende. In seguito, con un sincronismo e un'esperienza da fare invidia a due ortopedici, iniziammo ad ingessare il blocco di argilla. Marco velocemente preparava e mi passava le bende e io ingessavo, era gennaio: avevamo le mani congelate! Non dimenticherò mai, Marco quel giorno, aveva "furbescamente" indossato un golf di cashmere regalato dalla moglie, inutile dire come si fosse ridotto... credo che la sua signora ci abbia rammentato più volte!

Finita l'operazione, ci accorgemmo che avevamo finito tutta l'acqua e non sapevamo come lavarci le mani, fortunatamente, trovammo una pozzanghera: ci arrangiammo con quella. Lasciammo trascorrere una quarantina di minuti e facemmo il distacco: il gesso, nel frattempo, si era seccato perfettamente. A quel punto, dovevamo trasportare tutto alla macchina, assicurarci di non lasciare troppi indizi del nostro passaggio: per non incuriosire eventuali cercatori non autorizzati. Ripulimmo accuratamente la zona dello scavo e iniziammo a caricarci pesantemente. Il reperto pesava circa una ventina di kg e la macchina si trovava a circa cinquecento metri di strada sconnessa: vi assicuro che arrivarci non fu uno scherzo! Ci fermammo più volte!

Adagiammo il blocco sul sedile posteriore dell'auto e partimmo con la speranza che l'operazione di recupero non si sarebbe conclusa in una sola volta. Per nostra fortuna, il recupero si svolse nel migliore dei modi. Avevamo proceduto alle operazioni richieste dalla situazione ignari della vera entità di quello che ci era capitato tra le mani; era troppo presto per dire con cosa avevamo veramente a che fare! Giunti a Firenze, decidemmo di lasciare il blocco e gli altri reperti nel garage di Marco e una volta a casa, non potei fare a meno di raccontare a mia moglie di quella splendida giornata. La mattina seguente, scrissi subito alla Soprintendenza Archeologica Toscana, contattai il Museo fiorentino (sez. Geologia Paleontologia Università di Firenze) per metterli al corrente del ritrovamento. Conoscendo la nostra professionalità e l’associazione di cui facciamo parte, non esitarono nel concederci il restauro e la detenzione del reperto. Nel tardo pomeriggio, mi diressi da Marco. Dovevamo allestire un laboratorio di restauro in piena regola, infatti, da quel momento in poi, iniziammo a stilare una lista del materiale occorrente: sacchi di sabbia da un kg per calzare e disporre correttamente il reperto, una fresa, per tagliare le bende gessate, del consolidante, dell’acqua, delle spugne e svariati strumenti da restauro. Molti di questi furono costruiti per l’occasione. Recuperammo tutto l’occorrente e ci mettemmo al lavoro. Iniziammo col posizionare i sacchi sul tavolo e ci adagiammo il blocco, in seguito tagliammo le bende gessate. L’operazione non fu molto semplice: avevamo dei dischi a taglio molto piccoli, in ogni modo, riuscimmo ad aprirlo senza traumi. Alzammo il coperchio di gesso con lo stesso entusiasmo di un bambino mentre apre l’uovo di Pasqua, ma contrariamente a quel bambino, invece di prendere, dovevamo mettere tutto il nostro impegno, non potevamo più tirarci indietro. Le ossa erano in connessione, ma terribilmente fratturate.Per quasi due ore, lentamente, iniziammo a ripulire e consolidare tutte le parti esposte. Verso l’ora di cena, ci salutammo dicendo che ci saremo rivisti il giorno seguente. La sera stessa, mentre mi trovavo a casa, ricevetti un sms da Marco che diceva: "Ti bastano ventisei per parte?". Non capivo o forse, più semplicemente, non volevo credere a quelle parole; Marco, infatti, dopo cena, era tornato in laboratorio e aveva scoperto le due mandibole con i denti ancora fissati negli alveoli, queste si trovavano perfettamente adagiate sotto il cranio. A quel punto, la situazione fu perfettamente chiara: avevamo il cranio praticamente completo di un cetaceo. Immaginate cosa sognai quella notte! Il giorno seguente, al termine della consueta attività lavorativa, mi recai a vederlo. Le ossa si intravedevano quasi tutte e quei denti aguzzi lo facevano sembrare un coccodrillo. Marco aveva effettivamente scoperto le due mandibole, queste, fortunatamente, si trovavano ancora in connessione anatomica con il cranio. In quella occasione, erano presenti il Coordinatore del Museo Paleontologico fiorentino e il presidente del Gruppo AVIS Mineralogia Paleontologia Scandicci.

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Da quel momento in poi, partecipò al restauro l’amico Franco Gasparri, appassionato di Paleontologia nonché socio del Gruppo AVIS. Fu, inoltre, coinvolto dal Museo fiorentino un esperto di odontoceti fossili, il dott. Giovanni Bianucci, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. Franco, Marco e io, svolgendo orari di lavoro diversi, ci alternavamo al lavoro di restauro del cetaceo, ci sentivamo, pertanto, telefonicamente e ognuno sapeva cosa fare! I giorni successivi trascorsero fra il nostro vero lavoro e quello di restauro. Ricordo soltanto che in laboratorio non c’era riscaldamento e fuori faceva un freddo micidiale: aveva nevicato in quasi tutta Italia. Verso la fine della settimana, ricevetti la telefonata della dott.ssa Archeologa Gabriella Barbieri (Ispettrice di zona) e in quella occasione, la informai sugli sviluppi del restauro. Parlammo anche del successivo recupero del fossile. Tutto procedeva per il meglio, ma non dovevamo scordare che lo scavo aveva bisogno di un altro sopralluogo, infatti, il sabato, insieme al Coordinatore dott. Menotti Mazzini, ci recammo sul posto, stavolta, senza l’inseparabile Marco, recatosi in Germania per motivi di lavoro.

Partì carico d’entusiasmo, proprio quella mattina. Lui viaggiava verso nord e noi visitammo il sito. Alla fine del sopralluogo, quando lasciammo il posto, Menotti e io, ci accorgemmo di un paesaggio molto inquietante: le montagne circostanti erano minacciosamente coperte di neve. Marco restò in Germania per circa una settimana e rientrò a Firenze il venerdì successivo, trovando il pezzo molto cambiato: avevamo lavorato per molte ore. La mattina seguente, Marco, Franco e io, partimmo per effettuare lo scavo. Avevo preparato il necessario durante la settimana, questa volta, c’era tutto e di più! Giungemmo sul posto verso le 7,30, faceva un freddo da era glaciale! Iniziammo a ripulire lo scavo dai detriti e iniziammo a sbancare. Poco dopo, nel punto dove avevamo recuperato il cranio, ma ad una altezza superiore di trenta centimetri, comparvero le prime frammentarie ossa. Fotografammo dettagliatamente, mentre dall’argilla iniziava a prendere forma una parte ossea abbastanza consistente. Si trattava della base del cranio, parte della calotta e alcune vertebre cervicali. Il cranio, in tempi remoti, non quantificabili, aveva subito una frattura nella parte posteriore, questa aveva fatto scivolare a valle, di circa trenta centimetri, la parte anteriore. In ogni modo, eravamo riusciti a trovare le due parti. Lavorammo tutto il giorno, recuperammo le parti e ci assicurammo che non ci fosse nient’altro. Durante quella giornata, la temperatura si portò intorno a zero gradi: indovinate cosa accadde?



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Facemmo in tempo a prendere tutto e scappammo mentre i fiocchi di neve imbiancavano tutta la vallata. Anche in quella occasione, per fortuna, tutto si era svolto nel migliore dei modi. Portammo i pezzi al laboratorio e la mattina del giorno seguente contattammo l’esperto di Pisa. Nel pomeriggio dello stesso giorno, mosso da irrefrenabile curiosità professionale, ci venne a trovare. Giunto sul posto, iniziò con l’esaminare e fotografare il reperto, senza lasciar trasparire ogni minima sensazione, ma gli si leggeva perfettamente in faccia il suo stato emozionale, infatti, dopo qualche istante non resse e ci disse: "Finalmente qualcosa di nuovo!". Le sue parole successive furono: "Erano più di cento anni che non veniva scoperto, in Toscana, un fossile di odontoceto così importante".

Per capire il nesso di questa scoperta, bisogna fare un salto indietro di oltre cento anni. Nel 1876 il naturalista Roberto Lawley, nel suo articolo "Nuovi Studi sopra ai pesci ed altri vertebrati fossili delle colline toscane", descriveva una nuova specie fossile di delfino, sulla base di alcuni frammenti di crani rinvenuti nei sedimenti pliocenici delle Colline Pisane. Lawley dedicò questa specie ad un amico, Alberto Giuli e la chiamò "Delphinus giulii". Studi relativamente recenti, effettuati dallo stesso Giovanni Bianucci di Pisa, hanno corretto la determinazione di Lawley: la specie rimane valida ma il genere alla quale va riferita è Stenella e, pertanto, la nuova combinazione è "Stenella giulii".

Ma cosa c'entra questo delfino con questa scoperta? Il nesso sta nel fatto che il reperto fossile trovato appartiene proprio alla specie originariamente descritta da Lawley. Eravamo davanti, dopo più di cento anni, ad un nuovo e più completo reperto di questo delfino che solcava i mari oltre tre milioni di anni fa. La scoperta appare ancora più eccezionale se si considera un grande paradosso dovuto alla frammentarietà del record fossile: i delfinidi, attualmente i cetacei più diffusi nei mari, hanno avuto origine circa 10 milioni di anni fa ma stranamente sono rarissimi allo stato fossile e i reperti trovati fino ad oggi sono quasi tutti localizzati in Italia. Ogni nuova scoperta è quindi un tassello prezioso per ricostruire la storia di questi cetacei e per capire la loro grande diversificazione. Così il ritrovamento di questo delfino fossile si affianca ai pochi altri (si contano sulle dita di una mano) avvenuti in Toscana in un passato ormai lontano.

Ma adesso torniamo a quel pomeriggio. Bianucci scattò molte foto e osservò minuziosamente il blocco di argilla contenente la base del cranio, recuperata durante la seconda fase di scavo. Indicando due cavità spiegò che sotto di esse si sarebbero dovute trovare le due bulle timpaniche e i periotici (le bulle timpaniche e periotici, sono ossa uditive che si trovano all’interno dell’orecchio dei cetacei). La loro scoperta avrebbe permesso l’identificazione certa del nostro delfino, dal momento che ogni cetaceo possiede la sua inconfondibile forma. In ogni modo, anche senza questi importantissime e diagnostiche parti, potevamo ritenerci soddisfatti ugualmente. Ci sembrava già tanto aver trovato un cranio intero. Bianucci continuò con l’osservare il reperto, discutemmo circa le modalità di intervento su alcune parti ossee e decidemmo che il reperto sarebbe rimasto sulla matrice. Data la sua fragilità, poteva essere rischioso toglierlo completamente dall’argilla che lo imprigionava. Il reperto sarebbe, infatti, stato più estetico, più da museo, ma ciò ne avrebbe leggermente compromesso lo studio impedendoci di osservare la parte ventrale del cranio. Trascorse un momento di riflessione e riaffiorò alla mente di Bianucci il ricordo di una precedente esperienza: Giovanni, qualche anno prima, aveva effettuato, con ottimi risultati, alcune tac su crani di delfini fossili e attuali. Soddisfatto dei precedenti risultati, propose di usare nuovamente questa tecnica. Il problema a quel punto fu dove andare? Purtroppo Giovanni, non poteva più servirsi della struttura che lo aveva ospitato in precedenza: questo avrebbe richiesto tempi e procedure interminabili. Avevamo l’idea, ma non sapevamo dove andare. Allora ecco che in quel preciso istante si accese immediatamente la mia lampadina… non è che io ritenga di essere un tipo geniale, però mi piace pensare che l’uomo, quando ha l’idea giusta e la determinazione, al momento giusto, riesca a risolvere molti, non semplici problemi. Presi il telefono e chiamai la mia amica Fabrizia Petrucci, analista presso uno dei più importanti ospedali fiorentini: "Ciao Fabrizia, sono Simone, chiamo perché avrei bisogno di prenotare la tac al cranio di delfino fossile" e mentre continuavo a parlare, dall’altra parte regnava il silenzio totale. Alla fine del mio discorso, ci fu un momento di pausa, credo che in un primo momento mi abbia preso per matto, io spiegai ulteriormente la fondamentale importanza dell’esame, lei capì e mi disse: "Ne parlo con chi di dovere e ti faccio sapere". Chiusi il telefono, guardai i miei amici e dissi: "E’ fatta al 90%!".

Infatti, in seguito a precedenti collaborazioni avute con l’Università fiorentina, la struttura ospedaliera dette il suo favorevole consenso e dopo qualche giorno mi chiamò Fabrizia per confermarmi l’esame. Ma perché era fondamentale effettuare la tac sul reperto? Il confronto tra la sezione del rostro di Stenella giulii e quella di un comune delfino attuale (Delphinus delphis) avrebbe permesso di stabilire un carattere inconfondibile fra i due generi. Il Delphinus presenta dei profondi solchi lungo tutta la parte ventrale del rostro, mentre nella Stenella i solchi sono molto meno profondi e assenti nella parte anteriore. Poco più tardi, salutammo Bianucci e i sessanta denti trovati nell’argilla al momento della scoperta: questi, date le piccole dimensioni, vennero fotografati a parte.

Il pomeriggio del giorno seguente, in laboratorio, Marco iniziò a ripulire la base del cranio ed io il cranio e dopo qualche istante, all’interno di una delle due cavità il suo strumento urtò qualcosa di insolito: "Simone, vieni a vedere cosa c’è qui dentro?" Per noi fu come vivere una scoperta nella scoperta, la bulla timpanica e il periotico, si trovavano perfettamente alloggiati in posizione naturale.



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Non contento, poco più tardi, ripulendo la seconda cavità, trovò anche l’altra: a quel punto, chiamammo Bianucci e lo informammo dei fatti. Lui si congratulò e ci dette dei consigli su come separarle (bulla timpanica e periotico, sono ossa ben distinte, ma spesso sono unite meccanicamente, pertanto, difficili da separare). In ogni modo, seguimmo i suoi consigli ottenendo ottimi risultati. A quel punto, il puzzle era quasi pronto: ci mancava soltanto la conferma della tac per identificare con certezza la specie. Mentre noi dedicavamo le nostre attenzioni al fossile, il gruppo AVIS, si era mobilitato per costruire la teca che lo avrebbe ospitato in futuro.

Il restauro procedeva senza sosta, le ossa non avevano bisogno di ulteriori interventi, ma la matrice che le sorreggeva, il cranio, era molto fratturata, pertanto, adottai un sistema che avrebbe garantito maggiore stabilità. Iniziai a praticare alcune iniezioni di polivinile (famosissimo vinavil) all’interno delle fratture, con il poliuretano spray, rifeci le parti di matrice mancanti, attesi il tiraggio del materiale e lo modellai in armonia con il blocco di argilla. Successivamente, acquistai delle garze, le tagliai a misura e le spennellai con una soluzione, precedentemente preparata, di argilla e vinavil. Attaccavo le bende e le cospargevo con il preparato. Questa operazione, applicata su tutte le parti, garantì al blocco un’ottima tenuta. A quel punto il fossile e la sua matrice erano pronti: mancava soltanto la base di legno che lo avrebbe contenuto per sempre. Presi le misure e la preparai! Trascorse qualche giorno e senza interferire con le normali attività diagnostiche, ci presentammo alla fatidica tac con tre crani di cetacei, due di questi, una Stenella e un delfino, non erano fossili e furono appositamente prelevati per l’occasione dal museo di Calci. La tac fugò qualsiasi dubbio, avevamo davanti un cranio appartenente al genere Stenella, la mancanza di fosse sulla parte ventrale, non lasciò dubbi! A quel punto, le teorie si tramutarono in certezze: si trattava effettivamente di una Stenella giulii. Successivamente informammo il Soprintendente e il Coordinatore del Museo fiorentino, i quali si congratularono dicendosi soddisfatti del nostro lavoro di squadra. Erano trascorsi circa due mesi di incessante lavoro, quando finalmente mettemmo il fossile nella sua teca senza neppure renderci conto dell’enorme sacrificio che avevamo concluso con i nostri sforzi. Di fronte al delfino fossile, col cuore colmo di soddisfazione, dissi a me stesso che, nonostante la fatica, avrei rivissuto all’infinito questa magnifica esperienza!

Probabilmente non conosceremo mai quali furono le reali cause di morte, non sapremo mai se fu divorata dagli squali, o se morì per cause naturali, ma una cosa è certa: la giovane Stenella, che ascoltò il linguaggio dei suoi simili e vide l’azzurro del cielo oltre tre milioni di anni fa, oggi, grazie all’impegno del Gruppo AVIS, può rivedere quella luce e percepire suoni, di mammiferi eretti, a lei sconosciuti, che, mentre lei moriva, vedevano sorgere l’alba dell’umana esistenza.


Un fossile può rivivere soltanto se visibile a tutti!


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Ciao,
Simone

theco
Utente Super




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Inserito il - 28 agosto 2007 : 23:34:46 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Davvero una bella storia, da leggere tutta d'un fiato.

Ciao, Andrea
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Salvatore Caiazzo
Moderatore


Città: Monteveglio
Prov.: Bologna

Regione: Emilia Romagna


3994 Messaggi
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Inserito il - 29 agosto 2007 : 07:27:39 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Ecco, un racconto così appassionato può farci comprendere molto meglio la storia che c'è dietro ad un fossile osservato magari distrattamente in una teca del museo.
Poter mettere a disposizione del pubblico visitatore qualcuna di queste storie penso possa essere molto educativo, e contribuire a far nascere nuovi piccoli paleontologi del futuro.
Grazie Simone per averci fatto partecipi di queste emozioni.

Siamo parte della natura - Salvatore
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fabiophorus
Utente V.I.P.


Città: Ferrania
Prov.: Savona

Regione: Liguria


107 Messaggi
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Inserito il - 29 agosto 2007 : 09:20:30 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
...Ciao Simone!...molto.... poetico...e appassionante!!!...la scienza così narrata ...è bella davvero!!!!!!!!!

grazie! ciau-ciau!!

fabio

------------------------
"...ogni Cosa è Sacra, ogni Cosa Vive, ogni Cosa ha una Coscienza, ogni Cosa ha uno Spirito...."

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Earth whales
Moderatore


Città: Firenze
Prov.: Firenze

Regione: Toscana


1179 Messaggi
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Inserito il - 29 agosto 2007 : 09:24:49 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Ogni fossile ha la sua storia e il suo destino! Mote cose tornano alla ribalta proprio per essere raccontate e condivise con tutti coloro che amano viaggiare nel tempo. Sono molto contento che il racconto vi sia piaciuto...
GRAZIE!!!


Mi sono dimenticato di inserire la descrizione originale di Roberto Lawley...

Certamente diversa dalle precedenti è la specie di Delphinus che più comunemente si rinviene nelle argille di Orciano e nei contorni. Essa porta piccolissimi e fitti denti, così che spesso si può contare fino a sessanta per ogni parte della mascella. Questi denti, per la piccolezza della radice, per la poca altezza della mascella, la dove sono infitti, si trovano al posto meno frequentemente che nelle altre specie. Niun dubbio può sorgere che in questa specie non sia differente dalla altre due e secondo pure l’opinione di altri oso proporla quale specie nuova, intitolata al mio particolare amico sig. Dott. Alberto Giuli il quale alla passione delle Scienze Naturali unendo estrema gentilezza mi ha permesso di rovistare i suoi estesi possessi da tanti anni, cosicché mi fu permesso di riunire una buona e numerosa collezione di questi resti e di conchiglie fossili. Di questa specie tengo nella mia raccolta molte mascelle quasi complete. Ma più di tutto mi giova far parola di una mascella superiore quasi intera, avente quasi tutta la parte superiore della cassa del cranio che con non piccola difficoltà fu potuta completare. Ed insieme ad essa si scavarono: numerose vertebre (circa N° 40), molte costole, un completo sterno, la scapola quasi completa, una natatoja e molte altre parti tutte del medesimo individuo che spero presto verrà illustrata, insieme alle numerose specie dei nostri giacimenti.

Roberto Lawley, 1876


Purtroppo la stragrande maggioranza di questo materiale è andato disperso e quindi il delfino fra i calanchi è l'unica testimonianza al mondo di questa specie ormai estinta..



Ciao,
Simone
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siciliaria
Utente Senior


Città: Catania
Prov.: Catania

Regione: Sicilia


2017 Messaggi
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Inserito il - 29 agosto 2007 : 09:59:50 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Complimenti Earth whales....questo è il miglior modo di salvare un animale da una "seconda estinzione".

Saluti
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Earth whales
Moderatore


Città: Firenze
Prov.: Firenze

Regione: Toscana


1179 Messaggi
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Inserito il - 29 agosto 2007 : 10:53:37 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
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Il fossile si trova all'interno del museo di Badia a Settimo (FI)...




Ciao,
Simone

Modificato da - Earth whales in data 29 agosto 2007 11:08:54
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