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 L'UOMO E LA NATURA: SCIENZA CULTURA ED ETICA
 L'uomo e la natura: conservazione e gestione
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elleelle
Moderatore Trasversale

Città: roma

Regione: Lazio


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Flora e Fauna

Inserito il - 21 novembre 2018 : 16:04:10 Mostra Profilo  Apri la Finestra di Tassonomia

In varie discussioni è stato toccato il tema del rapporto tra l’uomo e la natura, che dà il titolo stesso a questa sezione.

L’uomo è autorizzato ad usare liberamente la natura? La dovrebbe invece rispettare integralmente tirandosi indietro? La dovrebbe gestire oculatamente intervenendo (con competenza e lungimiranza) dove è necessario?

La linea giusta in generale sembra essere la terza che ho scritto, che però va declinata in maniera saggia e intelligente caso per caso. Le altre due presumibilmente sono applicabili solo in certi ambiti specifici.

Quello che appare chiaro è che, ormai, la nostra specie ha invaso e modificato il Pianeta al punto tale che gli effetti delle nostre azioni si ripercuotono fino negli angoli più remoti dell’Amazzonia, dell’Antartide e delle profondità marine.
Tirarsi indietro e creare dei “santuari” intoccabili può risolvere qualche situazione ancora non troppo compromessa, ma di solito non basta.
Faccio qualche esempio.

Da molti anni, e spesso in maniera ottusa e velleitaria, si lotta contro la caccia agli elefanti in Africa. Scrivo ottusa e velleitaria pensando, per esempio, ad un famoso rogo che si organizzò per distruggere molte tonnellate di zanne sequestrate ai bracconieri. Se invece si fosse messo quell’avorio sul mercato (tanto, ormai, quegli elefanti erano morti) si sarebbe fatto scendere il prezzo e si sarebbero ricavati tanti soldi da spendere per la tutela dei parchi. Invece non se ne ricavò niente e si fece salire il prezzo dell’avorio incentivando il bracconaggio.

Ebbene, purtroppo, gli elefanti non si possono più permettere una popolazione troppo numerosa, perché buona parte della loro dieta è costituita da alberi, di cui mangiano foglie, rami e radici.
Dato che l’avanzamento dell’agricoltura e della pastorizia ha ridotto il territorio a disposizione dei branchi di elefanti, questi lo stanno desertificando abbattendo gli alberi.
Quindi, o si dà loro più territorio, oppure bisogna abbattere gli elefanti in soprannumero.

Un caso analogo riguarda le balene, che mangiano grandi quantità di piccoli pesci e di gamberetti. Da quando abbiamo cominciato a pescare in maniera intensiva sardine, krill ecc… per farne mangimi per allevamenti ittici, e perfino per farne concimi, le balene non hanno più a disposizione le stesse scorte e rischiano di diminuire di numero da sole per carenza di cibo.

Altri esempi riguardano specie alloctone importate, per caso o per motivi economici o per errori di vario tipo, in territori dove sono diventate invasive. Parlo di piante come la Robinia pseudoacacia e, soprattutto, dell’Ailanthus altissima, che sta invadendo tutto il territorio italiano e soppiantando le specie autoctone.

Oppure di animali come il gambero della Louisiana, lo scoiattolo grigio, la nutria ecc…. , o anche di sottospecie importate a fini venatori, come il cinghiale di provenienza est europea, che si sta riproducendo troppo e sta distruggendo la microfauna e la flora di molti parchi.

In questi casi la “natura” non potrà mai ritrovare l’equilibrio, perché è proprio grazie ai meccanismi della selezione naturale che certe specie si stanno riproducendo e diffondendo troppo, soppiantando altre specie, oppure deteriorando certi ecosistemi.
In questi casi l’uomo ha fatto il danno e solo l’uomo, forse, potrà ripararlo (se ci saprà fare).

E, per ora, mi fermo e passo la parola.

Modificato da - elleelle in Data 21 novembre 2018 16:09:36

ninocasola43
Utente Super

Città: s.agnello
Prov.: Napoli

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Inserito il - 21 novembre 2018 : 17:12:35 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Luigi, siamo alla mia risposa di qualche giorno fa: In medio stat virtus.
ad esempio: per il Procambarus non vedo altra soluzione che un intervento drastico atto a sgominare questo animaletto della Louisiana mentre invece per quello che concerne la microfauna alimentare per le balene sarebbe opportuno sensibilizzare le nazioni a regolamentare la pesca intensiva della microfauna di krill e sardine.
in pratica ogni problema deve avere in studio la propria soluzione

nin
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theco
Utente Super




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Inserito il - 21 novembre 2018 : 17:46:35 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Luigi, hai messo moltissima carne al fuoco. Cerchiamo di cucinarla affrontando un argomento per volta, altrimenti alla fine non mangiamo nemmeno una bistecchina.

Propongo di cominciare dall'argomento proposto da Lucy, a cagion del quale ci troviamo qui riuniti. Naturalmente, se lo riterrà, sarà lei a introdurlo come meglio crede, ma per mettere subito un po' di pepe sulla carne in cottura introduco una riflessione.

Non vi è alcun dubbio che i recenti eventi atmosferici nell'Italia nord-orientale avessero un carattere di eccezionalità, sia quanto ad energia rilasciata, sia quanto a ricorrenza statistica.
L'abete rosso in quella zona è perfettamente all'interno del proprio areale di distribuzione naturale e anche la quota altimetrica dei boschi abbattuti rientra all'interno della sua distribuzione altimetrica naturale.

Il fatto che, per la maggior parte, quei boschi fossero di impianto artificiale non ci colloca quindi all'interno di una situazione di cattive scelte forestali, fatte con piante alloctone. L'abete rosso, allo stato naturale forma boschi monospecifici, esattamente come quelli impiantati. Inoltre, esattamente come quelli impiantati (e come tutte le altre conifere), l'abete rosso in natura ha un apparato radicale molto superficiale, per ovvi motivi di adattamento al substrato humifero molto sottile sul quale vive.

In conclusione, anche se per fortuna non posso dimostrarlo, penso che se quei boschi fossero stati boschi naturali adesso sarebbero a terra nello stesso triste modo. Quindi l'unico argomento di discussione che posso individuare su questa storia è l'eccezionalità dell'evento atmosferico.

Però, a ben guardare ce n'è anche un secondo, là dove una parte del mondo naturofilo ha sentito la necessità di puntare invece il dito sulle responsabilità umane nell'impianto di quei boschi oppure, nella migliore delle ipotesi ha ritenuto che non si dovessero alzare grida di disperazione, visto che ciò che era andato perduto era più simile ad un orto di melanzane che ad un bosco.

Questo modo di vedere la natura, attribuendole valore solo in proporzione diretta alla sua lontananza del demonio (l'uomo e le sue attività) mi lascia molto perplesso, per non dire spaventato. Credo anzi che sia foriera di potenziali danni culturali di una portata tale da fare impallidire i poveri abeti alpini abbattuti.
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elleelle
Moderatore Trasversale

Città: roma

Regione: Lazio


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Flora e Fauna

Inserito il - 21 novembre 2018 : 21:48:18 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Sono d'accordo, sia sul trattare un tema alla volta, sia sul fatto che la distruzione di quelle abetaie sia stata l'effetto di un evento atmosferico assolutamente eccezionale.

Quanto all'atteggiamento un po' sprezzante di alcuni, non lo ritengo giustificato del tutto, ma in parte sì.

Un bosco così non è un ecosistema raro e residuale. Di abetaie così sono piene le Alpi. Inoltre si può ripiantare ed è presumibile che quei fondovalle tornino com'erano nel giro di qualche decennio, specialmente se quegli abeti erano stati piantati.

Credo anche che, in assenza dell'evento atmosferico eccezionale, quegli abeti non sarebbero rimasti lì per sempre. Probabilmente si sarebbero fatti dei tagli programmati per ricavarne legname. Li avrebbero tagliati in maniera razionale senza abbatterli tutti, ma ci sarebbe stata una rotazione.

Quindi, il danno c'è stato, ma non è un danno irrimediabile e nessun ecosistema unico e raro è andato perso.

Modificato da - elleelle in data 21 novembre 2018 21:49:23
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marz
Utente Super

Città: Bergamo

Regione: Lombardia


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Inserito il - 21 novembre 2018 : 22:21:40 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Lancio una provocazione, che spero Lucy raccolga.
Scusami Lucy, ma è più forte di me .


L''uomo e la natura: conservazione e gestione
175,88 KB

Giuseppe
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lucyb
Utente Senior

Città: Schio
Prov.: Vicenza

Regione: Veneto


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Inserito il - 22 novembre 2018 : 10:25:05 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Ho più domande che risposte, e ancora non trovo orientamenti coerenti per ipotesi di soluzione.

Non vi è alcun dubbio che i recenti eventi atmosferici nell'Italia nord-orientale avessero un carattere di eccezionalità, sia quanto ad energia rilasciata, sia quanto a ricorrenza statistica.


La stima degli alberi caduti nelle regioni del Nord-est si aggira sui 14 milioni di esemplari, almeno secondo la valutazione riportata dai TG nazionali. Per la tipologia dell'evento, caratterizzato da venti fortissimi, le diverse aree sono state colpite in vario modo, impedendo per qualche giorno la comprensione della gravità e dell'entità dei danni.
Questo mi suggerisce una prima domanda: esiste realmente un mutamento climatico? In che misura , se esiste, dipende dall'uomo? Che cosa possiamo o dobbiamo fare?

“L'abete rosso in quella zona è perfettamente all'interno del proprio areale di distribuzione naturale e anche la quota altimetrica dei boschi abbattuti rientra all'interno della sua distribuzione altimetrica naturale.

Il fatto che, per la maggior parte, quei boschi fossero di impianto artificiale non ci colloca quindi all'interno di una situazione di cattive scelte forestali, fatte con piante alloctone”.


Come dicevamo altrove, è vero che i boschi dell'Altipiano sono stati ripristinati dopo la devastazione della Grande Guerra, e probabilmente operando qualche scelta frettolosa, ma suppongo che la necessità di ripartire fosse prioritaria. Boschi e pascoli, prima d'essere luoghi di relax per turisti domenicali, sono stati vita e “casa” per molte persone.
Ai margini orientali dell'Altipiano esiste un antico percorso che porta a valle, in prossimità del Brenta. E' la Calà del Sasso, 4444 scalini (per un dislivello di circa 750m) affiancati da una canaletta destinata al trasporto in pianura dei tronchi.Link

Un bosco così non è un ecosistema raro e residuale. Di abetaie così sono piene le Alpi.
...nessun ecosistema unico e raro è andato perso.
 

Su questo, mi spiace, non sono assolutamente d'accordo. Dobbiamo limitarci a tutelare le rarità? O non è indispensabile cercare di preservare ambienti e paesaggi, anche se comuni?

Lucy
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elleelle
Moderatore Trasversale

Città: roma

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Flora e Fauna

Inserito il - 22 novembre 2018 : 10:43:40 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Messaggio originario di lucyb:


Un bosco così non è un ecosistema raro e residuale. Di abetaie così sono piene le Alpi.
...nessun ecosistema unico e raro è andato perso.
 

Su questo, mi spiace, non sono assolutamente d'accordo. Dobbiamo limitarci a tutelare le rarità? O non è indispensabile cercare di preservare ambienti e paesaggi, anche se comuni?


Se leggi tutto il mio messaggio, infatti, io non nego che il danno ci sia stato.
Quindi, il danno c'è stato, ma non è un danno irrimediabile
 
[/quote]

Possiamo dire che c'è stato un danno al paesaggio, ma non alla biodiversità e all'ecosistema.
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lucyb
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Città: Schio
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Inserito il - 22 novembre 2018 : 11:52:44 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Leggo, leggo, elleelle, magari non capisco, però leggo sempre tutto.

Quello che probabilmente non riesco a spiegare è che secondo me non è sufficiente proteggere ecosistemi rari, pensando di tutelare la biodiversità. Ammesso che ci riusciamo, creiamo solo piccoli “musei”avulsi dal resto dell'ambiente, tristi e quasi inutili come vecchi erbari.
Riporto un piccolo esempio di supposta conservazione preso da un intervento di Luciano Regattin (cianix).

Oggi sono passato sul bordo di alcune torbiere nella Bassa Friulana, dove fino a 10 anni fa contavi le Dactylorhiza traunsteineri dalla macchina e potevi entrarci in pantaloncini. Questa è la situazione oggi, nel cartello c'è scritto "Conservazione e ripristino di torbiere calcaree" è lì da alcuni anni, da quando venne istituita la zona SIC e venne fatto l'unico sfalcio degli ultimi 10 anni, praticamente da quella volta tutti i 50 ettari di torbiera stanno andando in malora, mi chiedo se era meglio lasciare tutto come prima, quando i proprietari degli appezzamenti praticavano lo sfalcio da soli ed era strapieno di orchidee; oggi ormai non si trova più nulla. E' una vergogna, guardando questa ex torbiera dove son entrato numerose volte in passato mi si è ristretto il cuore. L'importante è fare i cartelloni con scritto Spiranthes aestivalis e Liparis loeselii, cartelloni che andranno marci anche loro, oltre che seppelliti dalla crescita degli arbusti e della Robinia.





Immagine:
L''uomo e la natura: conservazione e gestione
210,71 KB

Credo davvero che abbiamo bisogno di fare di più e diversamente.

Lucy
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theco
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Inserito il - 22 novembre 2018 : 14:09:05 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Lancio anch'io una piccola provocazione: qualche giorno fa alcuni documentaristi della BBC sono stati criticati per avere posto in salvo una colonia di pinguini imperatore che si trovava in difficoltà: la motivazione delle critiche insisteva sul fatto che l'etica impone al bravo naturalista di non interferire con i meccanismi della selezione naturale.

I pini loricati immortalati da Giuseppe sono un piccolo endemismo calabrese (altrove sono diffusi) o se preferite, visto che parliamo di alberi, potremmo citare gli abeti dei Nebrodi (ridotti ormai ad una trentina di esemplari). Ovviamente sono entrambi esempi di popolazioni (nel primo caso) e di specie (nel secondo) che la selezione naturale ha avviato verso l'estinzione. In questo caso però l'etica impone al bravo naturalista di intervenire con ogni mezzo possibile per contrastare la selezione naturale.

Dove sta la differenza tra i due casi? Io lo so, ma se me la spiegate voi sono più tranquillo.


Messaggio originario di lucyb:
Credo davvero che abbiamo bisogno di fare di più e diversamente.


La penso come te.
Ho sottolineato due tue parole: fare (perché pensare di conservare privilegiando il non fare è una strategia perdente) e diversamente... ma vediamo come procede la discussione.
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elleelle
Moderatore Trasversale

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Flora e Fauna

Inserito il - 23 novembre 2018 : 00:47:30 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Io mi regolerei così riguardo a quell'esempio.

Se i pini loricati della foto si estinguono per cause naturali, come variazioni del clima e simili, li lascerei estinguere.

Se invece si stanno estinguendo a causa di modifiche reversibili prodotte dall'uomo, come alterazioni del terreno, cercherei di ripristinare le condizioni per conservarli.

Quanto ai pinguini imperatore, non mi risulta che siano a rischio di estinzione. Quindi un eventuale salvataggio di un certo numero di individui risponde più a logiche animaliste che conservazioniste.
Io sono contrario a tutte le attività di recupero di animali malati o feriti, specialmente se non ci sono prospettive di rilasciarli poi in natura, a meno che non si tratti di Condor della California o altre rarità.
Recuperare perfino i gabbiani come fa la LIPU mi pare un'assurdità.

Modificato da - elleelle in data 23 novembre 2018 00:52:07
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ninocasola43
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Inserito il - 23 novembre 2018 : 13:40:56 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
[i]
Io sono contrario a tutte le attività di recupero di animali malati o feriti, specialmente se non ci sono prospettive di rilasciarli poi in natura, a meno che non si tratti di Condor della California o altre rarità.
Recuperare perfino i gabbiani come fa la LIPU mi pare un'assurdità.


Luigi, sono d'accordo con te sul fatto che bisognerebbe occuparsi di specie effettivamente a rischio di estinzione. ma quali sono queste specie?
mi occupo di raccolta malacologica e avevo letto alcuni articoli sul rischio di estinzione della Cabestana cutacea (esemplare aggirantesi in media sui 5 cm ma mi è capitato di trovarne tantissime spiaggiate o sulle barche dei pescatori mentre invece il Cymatium partenopaeum (stesso genere) classificato come comune è stato da me rinvenuto in soli quattro esemplari in oltre un trentennio di raccolte!

nin

Modificato da - ninocasola43 in data 23 novembre 2018 13:44:15
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lucyb
Utente Senior

Città: Schio
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Regione: Veneto


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Inserito il - 23 novembre 2018 : 21:13:07 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
I pini loricati presentati da Giuseppe sono alberi meravigliosi sotto molti punti di vista: esteticamente bellissimi, sono preziosi e molto localizzati in Italia; hanno una storia antica e spesso anche un'età ragguardevole;curvi e contorti, evidenziano al meglio la loro capacità di resistenza ai venti e al freddo delle vette. Penso che tutti possiamo trovare almeno un motivo per tutelarli. Ma cosa salviamo? Un simbolo? Un relitto? Un patrimonio genetico?

Per quanto riguarda i pinguini imperatore non mi sarei posta tanti problemi. Anche se non mi sento affatto animalista, come la troupe di documentaristi anch'io avrei cercato di salvarli, d'impulso, senza farne una questione di tutela di specie.

Lucy
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theco
Utente Super




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Inserito il - 23 novembre 2018 : 23:00:19 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Proseguo con la provocazione...

L'abete rosso del bellunese ha dimostrato un'ottima capacità di adattamento all'ambiente, a differenza del pino loricato. E' sufficiente valutare con serenità la distribuzione e l'abbondanza delle due specie per sostenere questa affermazione. Pensate forse che al dna del peccio gliene freghi qualcosa se a diffonderlo è un boscaiolo oppure uno scoiattolo? Non credo proprio.

L'ambiente in cui vivono tutte le nostre specie, nessuna esclusa, è un ambiente più o meno antropizzato, dove un particolare organismo, chiamato essere umano, indirizza lo sviluppo ambientale e di conseguenza la pressione selettiva. Gatti e cani l'hanno 'capito' da un pezzo e il loro dna è molto diffuso, lupi e gatti selvatici purtroppo se la passano invece male ovunque.

Sarete d'accordo con me che l'essere umano è a sua volta un prodotto dell'evoluzione, quindi non capisco per quale ragione le sue dinamiche vengano considerate 'artificiali' e la sua presenza venga considerata una minaccia per la natura. La sua presenza è semplicemente il risultato dell'evoluzione, non è né giusto, né sbagliato, è così e basta.

Per quale ragione dovremmo considerare il dna del condor più meritevole di protezione rispetto a quello del gabbiano comune. Forse per la rarità? Ma lo sappiamo bene che la rarità è sinonimo di declino evolutivo. Insomma decidetevi, sono anni che vi professate evoluzionisti genuini, allora finitela di fare distinzioni di valore tra una specie e l'altra: è un comportamento molto umano, lo concedo, ma assai poco evoluzionista.

Per Lucy: anni fa mi accadde di incontrare una nutria nei miei boschi (trattasi di demoniaco organismo alloctono e sinantropico, con alto potere devastante di quello che viene comunemente considerato un ideale ecosistema autoctono). Era in difficoltà e feci ciò che hanno fatto i documentaristi della BBC. Sono quindi un animalista? No, credo di essere semplicemente un essere umano, dotato dall'evoluzione di tanti difetti, tra i quali anche quello di provare soddisfazione nell'aiutare un altro organismo in difficoltà. Perché? Non ne ho la minima idea, ma se partecipo con tutta la mia specie ad un successo evolutivo non posso fare a meno di pensare che salvare una nutria oppure piantare pecci in montagna, e poi provare piacere ad osservarli, siano comportamenti che l'evoluzione ha premiato.

Siamo evoluzionisti o siamo collezionisti di figurine? Quella è rara e mi manca, te ne offro in cambio dieci di quelle comuni.

Modificato da - theco in data 23 novembre 2018 23:03:35
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elleelle
Moderatore Trasversale

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Flora e Fauna

Inserito il - 24 novembre 2018 : 09:20:50 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Lo hai detto tu. La tua è una provocazione. Non può essere un ragionamento convinto.

E' indubbio che noi uomini siamo un prodotto dell'evoluzione, come tutti gli altri animali.
La concezione che noi discendiamo dalle scimmie o da un antenato comune è stata superata dalle posizioni attuali che vanno per la maggiore tra i tassonomi, i quali ritengono che noi siamo tuttora scimmie.

La differenza non da poco tra noi e le altre specie è che noi non siamo più in equilibrio con l'ambiente e, per questo, stiamo viaggiando verso l'estinzione come i dinosauri.

E nel nostro cammino verso il disastro ci stiamo portando dietro altre specie che si estingueranno prima di noi per colpa nostra, non per la selezione naturale, ma per una selezione provocata da noi con meccanismi innaturali.

Tu potrai argomentare col sofisma che tutto ciò che nasce dalla natura è naturale, compresi i nostri comportamenti. Bene! Non è un problema di terminologia. Chiamiamoli allora comportamenti squilibranti o come vogliamo, ma il concetto è chiaro.

Perché dovremmo difendere la biodiversità? Siamo sicuri che sia un valore? A me sembra che lo sia per almeno due motivazioni.

La prima è culturale. A me, e a tanti altri amanti della natura, dispiace che non esistano più il dodo, l'alca impenne, il tilacino ..... , estinti ad opera dell'uomo in tempi brevissimi. Quando una specie si estingue la natura diventa culturalmente più povera.

La seconda è che la biodiversità garantisce gli equilibri ecologici. Ogni specie si è ricavata un ruolo e contribuisce con questo ruolo all'equilibrio generale.

Se una specie si estingue perché il suo spazio di manovra si è ristretto naturalmente, l'equilibrio si mantiene.
Se invece si estingue per l'azione dell'uomo, non c'è nessuna garanzia che l'equilibrio si ristabilisca, e tocca all'uomo intervenire se vuole riportare il sistema in equilibrio.

Accettare che l'uomo, grazie al suo anomalo successo riproduttivo, stravolga tutti gli equilibri ambientali, per me, non è essere evoluzionisti. E' essere fatalisti.
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gabrif
Moderatore


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Flora e Fauna

Inserito il - 24 novembre 2018 : 15:08:37 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Poche centinaia di metri di quota più su, sulle stesse montagne degli abeti il cui schianto ha fatto notizia, le popolazioni meridionali relitte di un certo numero di specie settentrionali si stanno estinguendo silenziosamente (per esempi: Brandmayr, P, and Pizzolotto, R. 2016. Climate Change and Its Impact on Epigean and Hypogean Carabid Beetles. Periodicum Biologorum 118(3): 147–62. doi:10.18054/pb.2016.118.3.4062). Queste popolazioni erano FLORIDE non nel Pleistocene, ma quando io ero un ragazzo colla passione dei Coleotteri.

E Le torbiere di bassa quota citate in un intervento precedente stanno sparendo non perché non le sfalciano più, ma perché si stanno prosciugando.

Quando eravamo giovani, il dibattito finiva sempre in: "Non bisogna proteggere le specie rare, bisogna proteggere gli ambienti". Solo che ormai non possiamo più proteggerli noi qui, se il resto dell'umanità non fa altrettanto a casa sua, e credo proprio che continuerà a non farlo. Meno carbone? Non sia mai, dice l'Australia. Meno tagli di alberi? Non sia mai, dice il Brasile, e così via.

Tutto ciò che accade è naturale, e l'evoluzione ha sempre ragione, sostiene un po' hegelianamente Theco. Pace. Torneranno le blatte, diranno che bel calduccio, e faranno marameo sulle nostre rovine.

G.






Nulla è piccolo in Natura. (George Perkins Marsh (1801-1882))
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lucyb
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Città: Schio
Prov.: Vicenza

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Inserito il - 24 novembre 2018 : 17:25:41 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Messaggio originario di gabrif:
Pace. Torneranno le blatte, diranno che bel calduccio, e faranno marameo sulle nostre rovine.





“Quanto mi secca avere sempre ragione...”(J.P.)

Lucy
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marz
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Inserito il - 24 novembre 2018 : 17:46:22 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Purtroppo non ho tempo per un intervento più approfondito.
Direi però che gabrif ha centrato il cuore del problema e cioè che le priorità va data alla tutela degli ambienti naturali e non alla tutela delle specie, in quanto quest' ultima è una conseguenza dell' altra.

Tutti siamo dispiaciuti dell' abbattimento degli abeti rossi. Solo che ogni anno spariscono dalla Terra migliaia di specie viventi, che stanno riducendo drammaticamente la biodiversità e di cui quasi nessuno si preoccupa.

Per salvaguardare la biodiversità non dobbiamo rincorrere le singole specie, ma cercare di preservare il più possibile gli habitat naturali.


Giuseppe
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elleelle
Moderatore Trasversale

Città: roma

Regione: Lazio


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Flora e Fauna

Inserito il - 24 novembre 2018 : 23:56:31 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Bisogna fare entrambe le cose, a seconda dei casi.
Così come la medicina non deve solo prevenire, ma anche curare.

Se preserviamo gli ambienti preserviamo con buona probabilità le specie che vi abitano, ma non è detto.
C'è sempre la possibilità che introduciamo in un ambiente sano delle nuove specie che lo deteriorano (vedi il caso dell'Ailanthus e del Procambarus clarki).
Oppure possono proliferare troppo le specie che sfruttano il cibo prodotto dall'uomo, ma poi predano pure (gabbiani, cornacchie, ratti e animali domestici) e in questo caso mantenere l'ambiente integro non basta.
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marz
Utente Super

Città: Bergamo

Regione: Lombardia


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Inserito il - 25 novembre 2018 : 00:26:10 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
E' talmente ovvio che la preservazione degli habitat naturali comprenda evitare accumuli di cibo prodotto dall' uomo o (nei limiti del possibile) l' introduzione di specie aliene, che faccio veramente fatica a comprendere il senso del tuo intervento.


Giuseppe
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Cmb
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Città: Buers
Prov.: Estero

Regione: Austria


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Flora e Fauna

Inserito il - 25 novembre 2018 : 08:10:00 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Un biotop del Parnassius apollo (oggi un parco naturale = Naturpark) 50 anni fa - oggi: agricoltura quasi intensa con liquame (il cardo è storia...) o un altro (Biosphärenpark) - il valore della natura (naturale) è arrivato al zero....


"Good people don't go into government" (D. Trump)

L''uomo e la natura: conservazione e gestione
Link - nothing is more dangerous than the truth - solo chi conosce il passato, può capire il presente!
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elleelle
Moderatore Trasversale

Città: roma

Regione: Lazio


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Flora e Fauna

Inserito il - 25 novembre 2018 : 09:08:58 Mostra Profilo Apri la Finestra di Tassonomia
Messaggio originario di marz:

E' talmente ovvio che la preservazione degli habitat naturali comprenda evitare accumuli di cibo prodotto dall' uomo o (nei limiti del possibile) l' introduzione di specie aliene, che faccio veramente fatica a comprendere il senso del tuo intervento.


Forse è ovvio per te, ma per molti non lo è affatto. Anzi, è una linea di condotta ben definita alternativa alla tua. Per questo ho voluto scrivere questa cosa.

In molti parchi "a tutela integrale" non si interviene in nessun modo, neppure combattendo le specie aliene, i cani rinselvatichiti ecc.....

Un caso emblematico di ambiente rispettato, ma involontariamente deteriorato, sono le isole Galapagos, dove l'uomo ha avuto un atteggiamento molto rispettoso verso l'ambiente, ma ha introdotto gatti e ratti che stanno minacciando di estinzione alcune specie di uccelli e di rettili.

Per tornare al tema che avevamo già toccato nell'altra discussione, e che ci ha consigliato di aprirne unica specifica, io sono d'accordo con chi sostiene che, ormai, non basta rispettare la natura, ma bisogna proteggerla attivamente con interventi (intelligenti e competenti) di gestione.
Questo non è implicito nel concetto di proteggere e conservare gli ambienti, perché è un concetto che, nella pratica, viene declinato in tanti modi.

Modificato da - elleelle in data 25 novembre 2018 12:45:06
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